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Intervista di Calcaterra

Roberto Calcaterra era di passaggio nelle terre romande nell’ambito di uno stage organizzato congiuntamente dalle sezioni di pallanuoto di Lausanne e del CN Nyon. Abbiamo approfittato di questa occasione per scambiare qualche parola con il campione italiano a proposito della sua lunga carriera, e allo stesso tempo dello sviluppo della pallanuoto e del suo nuovo impegno nei confronti dei giovani.  

 

Cosa ti ha spinto a iniziare la pallanuoto ?

Ho cominciato abbastanza tardi, all’età di 12 anni, e un po’ per caso. Siccome avevo qualche kilo di troppo, mia madre mi ha mandato nella piscina della mia città, Civitavecchia, per farmi dimagrire. Laggiù la pallanuoto è uno sport molto praticato. Ho iniziato con 3 mesi di nuoto intensivo al fine di acquisire qualche base, e sono subito entrato nella squadra del club e mi sono lanciato in questo magnifico sport.

E poi tutto ha preso il via?

Sì, grazie a degli allenatori di livello internazionale che mi hanno insegnato tanto, sia a livello fisico che mentale, cosi da permettermi di bruciare rapidamente le tappe. All’età di 16 anni ho raggiunto la serie A1 e la squadra nazionale juniores, che era già di livello molto alto. E a 18 anni, nel 1990, sono stato convocato per la prima volta in nazionale A.

L’inizio di una lunga carriera di pallanuotista internazionale…

Sì, ho avuto la fortuna di partecipare a numerosi campionati d’Europa e del Mondo, cosi come a tre Olimpiadi: Atlanta, dove abbiamo vinto il bronzo, poi Sydney e Atene.

Possiamo dire che il momento più bello della tua carriera è stato il bronzo di Atlanta?

Paradossalmente no, perché questa medaglia mi lascia ancora l’amaro in bocca. Quella semi-finale contro la Croazia, l’avremmo dovuta vincere. Ci siamo piegati a soli 10 secondi dalla fine della partita…

Se dovessi citare il momento migliore, direi piuttosto la vittoria ai campionati del mondo di Roma, nel 1994. Vincere in casa, in un’atmosfera incredibile, davanti a 20’000 persone…è stato un momento magico.

Si dice che la pallanuoto si è evoluta negli ultimi 15 anni e che stia diventando sempre più fisica e mena tecnica. Pensi che questi cambiamenti siano stati di beneficio a questo sport?

Ci si allena sempre di più, i giocatori diventano professionisti a tutti gli effetti, si cerca la performance, di superare i propri limiti, ci si spinge sempre più lontano, con più forza. Se guardiamo agli altri sport, i record si battono continuamente e questa è la prova che siamo in continua evoluzione. E, se guardiamo alla pallanuoto che si giocava nel ’94, devo ammettere che preferisco quella di oggi.

Manuel Estiarte ha ammesso in un’intervista di qualche anno fa che a causa del suo fisico (1m73 per 62kg) non ci sarebbe più posto per lui nella pallanuoto odierna…

Non esageriamo. Manuel è un fuoriclasse che è stato eletto per sette volte miglior giocatore del mondo (ndr.: dal 1986 al 1992). Non ho mai giocato con nessun altro così forte, è evidente che non avrebbe avuto problemi ad adattarsi. Devo comunque ammettere che la pallanuoto è cambiata molto.

Le prestazioni migliorano, ma la popolarità della pallanuoto resta marginale rispetto ad altri sport. Perché?

Il “problema” non è lo sport, ma piuttosto la maniera di utilizzarlo. Si dovrebbe vendere meglio la pallanuoto come uno spettacolo, è lì che si può migliorare molto. La pallanuoto deve essere gestita da professionisti del marketing e non unicamente da appassionati. In Italia, il nostro sport è più sviluppato e presente nei media che in Svizzera, ma resta comunque un “piccolo sport”.

Da qualche tempo, ti stai dedicando alla formazione dei giovani, grazie ai campi estivi. Ci puoi raccontare questa esperienza?

Ho cominciato ad organizzare questi campi quando ero ancora giocatore. Ed hanno subito riscosso molto successo. I nostri sono i più grandi campi estivi d’Europa, ma il progetto è ancora in pieno sviluppo. Partecipano molti Italiani, ma non solo: la domanda è in continua crescita in Europa e addirittura dagli Stati Uniti.

Quali sono le ragioni di un tale successo?

L’ambiente è eccellente, un’atmosfera di passione e di scambio reciproco. I bambini si divertono molto a passare del tempo insieme, progredendo in maniera seria. Si creano dei legami molto stretti: io conosco a memoria i nomi di tutti i ragazzi che frequentano i nostri campi. I campi sarebbero aperti solo a giovani tra i 10 e i 17 anni, ma spesso vengono dei giocatori più grandi che erano già venuti gli anni precedenti e fanno pressione per tornare. Questo è veramente un buon segno! Vederli sorridere ed essere fieri di loro stessi è la ricompensa più grande che uno possa sperare.

E’ dunque una scelta naturale per te diventare allenatore?

Anche se possiedo il brevetto che mi permette di allenare, non mi considero ancora un allenatore. Cerco in ogni modo di trasmettere la mia pazienza, il mio piacere e la mia passione, tutte caratteristiche che, secondo me, sono intrinseche di un allenatore. Ho avuto l’occasione di incontrare persone appassionate e felici di allenare, sia quando ero adolescente sia durante la mia carriera, come ad esempio Ratko Rudic, che mi ha seguito per dieci anni. Ora tocca a me!

Lise Cordey